Negli ultimi giorni, durante il Congresso dell'International Confederation of Midwives (ICM) tenutosi a Lisbona, si è acceso un dibattito che va ben oltre il mondo dell'ostetricia. È una riflessione che riguarda il modo in cui costruiamo i sistemi sanitari, il valore che attribuiamo alle diverse forme di conoscenza e, soprattutto, il futuro della nascita.
Al centro della discussione vi è stata la decisione dell'ICM di sospendere temporaneamente la propria Position Statement on Partnership Between Indigenous and Non-Indigenous Midwives, un documento pubblicato nel 2021 che riconosceva l'importanza della collaborazione tra ostetriche indigene e ostetriche formate nei sistemi accademici.
Secondo l'ICM, la sospensione è stata decisa per rivedere il documento e renderlo coerente con la definizione internazionale di ostetrica professionista. Molte ostetriche e organizzazioni indigene, però, hanno vissuto questa scelta come un passo indietro, interpretandola come la perdita di uno dei pochi riconoscimenti ufficiali del loro ruolo all'interno della comunità ostetrica internazionale.
Al di là delle posizioni, questa vicenda ci pone una domanda fondamentale:
Chi decide quale conoscenza ha valore?
La nascita esiste da molto prima degli ospedali
Per migliaia di anni gli esseri umani sono nati senza sale parto, monitor fetali o università.
Le donne venivano accompagnate da altre donne che avevano imparato osservando, assistendo centinaia di parti, ricevendo insegnamenti dalle generazioni precedenti e costruendo un sapere attraverso l'esperienza.
Quel sapere non era scritto nei libri.
Era custodito nelle mani, nella memoria, nella relazione con le madri e con la comunità.
Ancora oggi, in molte parti del mondo, le ostetriche indigene continuano a svolgere questo ruolo. Accompagnano la gravidanza, il parto, il puerperio, sostengono l'allattamento e rappresentano spesso una figura di riferimento per intere famiglie.
La loro conoscenza nasce da un contesto diverso da quello universitario, ma non per questo è priva di valore.
Difendere la tradizione non significa idealizzarla
Credo sia importante evitare due estremi.
Il primo consiste nel ritenere che tutto ciò che appartiene alle culture indigene sia superato e debba essere sostituito dalla medicina moderna.
Il secondo è quello di romanticizzare ogni pratica tradizionale solo perché antica.
Entrambe le posizioni sono pericolose.
La medicina moderna ha salvato milioni di vite.
Antibiotici, chirurgia ostetrica, trasfusioni, terapia intensiva neonatale, ecografie, protocolli basati sulle evidenze e formazione professionale rappresentano conquiste straordinarie che hanno ridotto in modo significativo la mortalità materna e neonatale.
Sarebbe irresponsabile negarlo.
Allo stesso tempo, non tutte le tradizioni meritano di essere preservate.
Esistono pratiche culturali che hanno provocato e continuano a provocare gravi sofferenze. Le mutilazioni genitali femminili, comprese forme come l'infibulazione, ne sono un esempio evidente. Il fatto che una pratica appartenga a una cultura non la rende automaticamente giusta o eticamente accettabile.
Ogni pratica, sia tradizionale sia moderna, dovrebbe essere valutata alla luce della sicurezza, delle evidenze disponibili, dei diritti umani e del rispetto della dignità della donna.
Il punto, quindi, non è difendere tutto.
Il punto è non cancellare tutto.
Esclusione e discernimento non sono la stessa cosa
Riconoscere che alcune pratiche debbano essere abbandonate non significa respingere un intero patrimonio di conoscenze.
Ed è proprio qui che, a mio avviso, si trova il cuore del problema.
Troppo spesso si tende a pensare che, se una donna non possiede una laurea o un titolo riconosciuto, allora non possieda una competenza reale.
Ma la conoscenza può essere costruita in modi diversi.
Esiste la conoscenza accademica.
Esiste quella clinica.
Esiste quella della ricerca scientifica.
Ed esiste anche quella maturata attraverso decenni di esperienza diretta, osservazione, accompagnamento delle donne e trasmissione intergenerazionale.
Una laurea certifica un percorso formativo.
Non è l'unica forma attraverso cui gli esseri umani imparano.
In molti luoghi le ostetriche indigene sono l'unica assistenza disponibile
Questo è un aspetto che raramente viene considerato.
Quando discutiamo del ruolo delle ostetriche indigene, spesso immaginiamo una scelta tra ospedale e assistenza tradizionale.
Ma per milioni di donne questa scelta semplicemente non esiste.
In molte aree rurali o isolate dell'America Latina, dell'Africa, dell'Asia e dell'Oceania, l'ospedale più vicino può trovarsi a molte ore di distanza.
Le strade possono essere impraticabili.
I professionisti sanitari possono essere assenti.
In questi contesti, le ostetriche indigene non rappresentano un'alternativa al sistema sanitario.
Sono il sistema sanitario.
Escluderle senza offrire una reale alternativa non protegge le donne.
Le rende semplicemente più vulnerabili.
La strada è la collaborazione
La soluzione non è sostituire le ostetriche indigene con gli ospedali.
E nemmeno sostituire la medicina moderna con la tradizione.
La soluzione è costruire ponti.
Immaginare percorsi di formazione reciproca.
Creare sistemi di invio efficaci quando il parto presenta complicazioni.
Favorire il dialogo tra professionisti sanitari e ostetriche tradizionali.
Offrire strumenti, aggiornamento e supporto senza chiedere alle comunità di rinunciare alla propria identità.
Le donne meritano sia la sicurezza della medicina moderna sia un'assistenza culturalmente rispettosa.
Queste due cose non sono incompatibili.
Una riflessione che riguarda tutti noi
Il dibattito nato a Lisbona non riguarda soltanto una definizione professionale.
Ci invita a riflettere sul significato stesso della parola "conoscenza".
Possiamo riconoscere il valore della formazione universitaria senza negare l'esistenza di altri saperi.
Possiamo difendere gli standard professionali senza cancellare chi ha accompagnato la nascita per generazioni.
Possiamo continuare a fare ricerca scientifica senza smettere di ascoltare le comunità.
La storia della medicina ci insegna che il progresso nasce quando siamo disposti a osservare, mettere in discussione le nostre certezze e imparare gli uni dagli altri.
Forse è proprio questa la direzione che dovremmo prendere.
Non costruire muri tra tradizione e scienza.
Ma creare uno spazio in cui entrambe possano dialogare, confrontarsi e crescere insieme.
Perché la nascita appartiene a tutta l'umanità.
E nessun sistema, da solo, possiede tutte le risposte.
Bibliografia
International Confederation of Midwives (2026). Statement on the Temporary Suspension of the Position Statement on Partnership Between Indigenous and Non-Indigenous Midwives.
International Confederation of Midwives. International Definition of the Midwife.
World Health Organization (2018). WHO Recommendations: Intrapartum Care for a Positive Childbirth Experience.
World Health Organization (2022). WHO Recommendations on Maternal and Newborn Care for a Positive Postnatal Experience.
UNFPA (2021). State of the World's Midwifery 2021.
The Lancet (2014). The Lancet Series on Midwifery.
UNESCO (2003). Convention for the Safeguarding of the Intangible Cultural Heritage.
Image Source: This oil painting is titled La Comadrona (The Midwife), created in 1996 by Tz'utujil Maya artist Pedro Rafaél González Chavajay.




